I blog aziendali sono tra le fonti di informazioni che godono di meno fiducia da parte del pubblico: di più, stando alla ricerca Forrester sono proprio all’ultimo posto dell’ipotetica classifica.
Come potete vedere nell’immagine qui sotto, alla domanda “Quanto ti fidi delle seguenti fonti d’informazione?”, il pubblico ha assegnato il primo posto alla posta elettronica (77%), a seguire le recensioni da parte di consumatori (60%) e i portali/motori di ricerca (50%).
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Da una ricerca americana (PDF), risulta che solo il 16% degli utenti online legge, e ha fiducia, dei blog aziendali.
Una percentuale molto bassa rispetto al valore che le aziende vorrebbero dare a questo canale di comunicazione, eppure viene percepito come il meno efficace. Quasi certamente il problema è da ricercarsi nei contenuti, poiché il brand, che promuove il suo blog, crede che sia solo una vetrina attraverso la quale esibire i propri prodotti o presentare le sue iniziative, non rispettando quelle che sono le esigenze dei clienti.
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Negli ultimi tempi quasi tutte le aziende stanno comprendendo il potere e l’importanza di un blog aziendale. Sia perché è un mezzo rapido ed economico per comunicare ai propri clienti, sia perché va di moda, molte aziende italiane ritengono di poter improvvisare un corporate blog senza rischiare nulla.
Sappiamo bene che non basta farsi un account su una piattaforma free e iniziare a postare per avere un corporate blog come si deve.
Potrei parlare per ore di obiettivi, di linee guida, di community e di capacità di creazione/gestione di relazioni con i propri lettori.
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Nonostante tutti riconoscano che i social software hanno introdotto un’importante rivoluzione nella comunicazione aziendale, meno del 5% delle piccole e medie imprese a livello mondiale dispone di un proprio blog aziendale. Il fenomeno decolla solamente negli Stati Uniti.
Secondo i risultati della ricerca condotta dall’agenzia internazionale di relazioni pubbliche Lewis PR, che ha coinvolto 300 aziende di 10 diversi Paesi, in ambito europeo solo il 2,5% delle società intervistate possiede uno o più blog. Nel mercato Asia-Pacifico la diffusione è leggermente più alta, pari al 5,5%, mentre gli Stati Uniti guidano la classifica attestandosi al 14%.
Gran parte delle società intervistate opera in mercati tecnologici quali quello mediatico e IT, per cui Lewis ha stimato che l’utilizzo reale dei blog da parte delle aziende in generale possa essere addirittura minore rispetto a quello indicato dai risultati scaturiti dall’indagine.
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Su Internet c’è stato un periodo nel quale andavano di moda portali bancari generalisti, rivolti ai correntisti, dove il cliente della Banca poteva trovare informazioni sul tempo libero: cinema, teatro, viaggi. Magari con evidenziate le convenzioni e gli sconti sui servizi extrabancari. Era un modo per cercare di trattenere i visitatori sul proprio sito e magari convertire qualche lettore in cliente.
In parte queste agevolazioni facevano parte di loyalty programs nati per fidelizzare i clienti nell’utilizzo dei prodotti bancari. In tal senso hanno fatto storia iniziative come quella della Banca Popolare di Milano (“Punta su di te”), di Unicredit (Millegenius), di Intesa-Sanpaolo (Executive), della Cassa di Risparmio di Asti (A che punto sei?), della Popolare di Vicenza (Operazione gran Premio), di Bancoposta e tante altre. E molte hanno funzionato.
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Mi è capitato di recente di riflettere su come Internet intervenga nei processi di creazione e gestione dei loyalty programs.
Molti conosceranno questi programmi di fidelizzazione che tanto vanno di moda. Nati fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 in America, grazie alle compagnie aeree con i frequent flyers miles (American Airlines), evoluti negli anni ’90 nel Regno Unito con le catene di supermercati Tesco e Sainsbury’s (Tesco Club Card e Nectar Card) sono esplosi anche in Italia toccando vari settori, non ultimo quello delle Banche (Unicredit, Intesa-Sanpaolo, Cassa di Risparmio di Asti, Popolare di Vicenza, Bancoposta, Bpm). Un vero e proprio boom di iniziative per cercare di recuperare la fiducia del cliente.
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Oggi vorrei discutere sulla reputazione basata sul passa-parola e in particolare su come questa possa essere influenzata da un blog aziendale.
Su questo argomento, Nòva ha dedicato la pagina di copertina di giovedì. Il tema centrale per le aziende è dunque valutare se è il caso o meno, e se sì come, di tuffarsi in quell’inestricabile rete e groviglio di relazioni che è la blogosfera; su quali basi dunque decidere se la nostra azienda è pronta, adeguata, ha gli strumenti per fare questo salto, affinché non risulti un salto nel vuoto? Vi sono forse dei prerequisiti con cui le aziende devono confrontarsi prima di comprendere se il blog fa per loro (come sottolinea un bel video di Simone Carletti, pubblicato qualche settimana fa su ICTv proprio sui blog aziendali)?
Quali sono dunque i parametri con cui potremmo valutare il grado di Blog readiness della nostra azienda? Provo a metter giù qualche punto, voi mi darete una mano a rivedere, aggiungere e modificare l’elenco.
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Uno dei dubbi e dilemmi più grandi quando si ha a che fare con un sistema di contenuti è l’organizzazione dell’interfaccia di presentazione.
A tale proposito vorrei segnalare la soluzione proposta da Oracle per la sua piattaforma di blogging aziendale. Il problema, per la Oracle, non è certo cosa scrivere e cosa pubblicare, né i partecipanti al network blogs.oracle.com sono avari di informazioni… tutt’altro!!!
Da poco quindi è stata riorganizzata la home del servizio, categorizzando per topic area tutti gli argomenti.
In questo modo si raggiungono tre risultati:
- una home più pulita
- una navigazione più fluida
- l’eliminazione di eventuali elementi ripetitivi
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Simone Carletti (Weppos), in questo video spiega bene cosa è un corporate blog. Infatti, il blog aziendale (o corporate blog) è uno dei temi caldi del momento. Se ne parla molto, si guardano esempi più o meno di successo, alcune aziende che già hanno il sito internet si domandano se sia il caso di aprire un corporate blog o no.
In effetti le domande alle quali un’azienda dovrebbe rispondere sono tante..
La prima cosa (sembra scontato dirlo) è guardare gli obiettivi: un blog aziendale può costruire o fidelizzare una brand community (ha lasciato il segno in questo Ducati), a volte anche parlando di altro (come nel caso di Benetton Talk), oppure può occuparsi di alcuni prodotti/servizi di nicchia, magari ascoltando il feedback e i commenti degli utenti (persino sviluppandoli insieme). Un blog può nascere per tanti motivi (penso al blog degli agenti di viaggio italiani, al blog dei dipendenti della Sun, al caso Ediprint e a tanti altri).
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