2.0: il Super Erore tuttofare

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Che il 2.0 sia una bubble o meno è discutibile fino a quanto volete specialmente quando capiremo se le aziende capitalizzeranno gli investimenti e non scoppierà il mercato, ma ergere il valore del nuovo Web, quello fatto di condivisione ed economia del dono, come soluzione di problemi più importanti ed essenziali mi sembra azzardato se non utopico.

L’idea dei microcrediti sviluppata da Kiva.org può essere forse veramente d’aiuto: si tratta di piccoli prestiti senza interesse concessi ad iniziative imprenditoriali intraprese nei Paesi più poveri.

Non ho trovato invece per ora abbastanza efficaci iniziative come i telefonini a meno di 30 dollari o progetti come One Laptop per Child che cercano di portare PC da meno di 150 dollari laddove forse manca anche il cibo ed i beni primari.

C4 ha come obiettivo quello di fornire supporto all’ONU per quanto riguarda la situazione Africana nel raggiungere gli obiettivi del 2015: non si capisce bene in che modo vogliono realizzare la diminuzione della povertà con investimenti mirati ma il sito è comunque costituito da un corporate blog.

Il peer to peer sociale, inteso come aiuto di tutti, ha portato ad idee come Family-to-family, un organizzazione no profit che cerca di aiutare le famiglie in difficoltà con un aiuto concreto che si basa su donazioni, anche via Paypal.

Secondo voi il 2.0 può essere il Super Eroe dei giorni nostri e risolvere problemi come la fame del mondo? Può un associazione no profit utilizzare il web 2.0 per portare aiuto dove ce ne è bisogno?

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Commenti

  1. [1]

    Forse si…
    ma intanto è meglio che correggi velocemnte il Titolo!
    Altrimenti non è di buon auspicio! :-)
    cià

  2. [2]

    Io ne sono convinto. Sto scrivendo un blog (comunitadigitali.blogosfere.it) sulle possbilità aperte dal web 2.0 nei paesi in via di sviluppo: accesso al credito, comunicazione, mercati emergenti, idee, storia locale, mobilitazione politica. Per chi legge volentieri in inglese, sono molto interessanti i blog della Banca mondiale.

    ldi

  3. [3]

    @Ale: Si, corregeremo il titolo, ti ringrazio per la segnalazione. Credo poco alla sfiga, più alla determinazione degli uomini.

    @Idi: Ti seguiremo allora e grazie per la segnalazione dei blog che aggiungerò all’aggregatore. Credo però che per ora il 2.0 per come è visto ora (fonte di ritorno di investimenti) sia ancora prematuro pensarlo come mezzo d’aiuto per i paesi in via di sviluppo: ci sono secondo me altre priorità.
    Il mio non è pessimismo, anzi vorrei proprio sbagliarmi. :)

  4. [4]

    Ciao Dario, ho scoperto questo post grazie a pandemia e devo dire che sono molto felice di trovare in giro per la rete, anche al di fuori dei blog dedicati, tanto interesse sul rapporto tra web 2.0 e aiuto nei paesi in via di sviluppo. Nel mio blog ho cercato in questi mesi di portare diversi esempi (soprattutto americani e inglesi, purtroppo) di come grazie al web 2.0 molte organizzazioni stiano non solo raccogliendo fondi, ma anche coinvolgendo molte più persone nella richiesta di politiche più eque.
    Ma gli aspetti più interessanti di un approccio web 2.0 sono forse legati alla minore distanza fra ong, progetti, beneficiari e sostenitori resa possibile da Internet, un inedito decentramento nella raccolta dei fondi e nella sensibilizzazione e, soprattutto, nella possibilità dei cd beneficiari di dialogare, per la prima volta con voce propria, tra di loro e con il mondo intero. Il blog di Beth Kanter (che ha organizzato un meeting di blogger cambogiani), gli interessanti contributi di Netsquared e luogi di incontro come Afrigator, Globalvoices e tanti altri sono un ottimo esempio di come il vecchio approccio alla cooperazione internazionale stia finalmente cambiando… e in questo io ci vedo un segnale positivo… Perciò un po’ di ottimismo ;-)
    A presto
    paolo

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