Stefano Mizzella: didattica e web2.0
di Stefano Besana - Martedì 24 Giugno 2008 alle 17:58Quest’oggi intervistiamo Stefano Mizzella, dottorando presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca in Società dell’Informazione Progetto QUA_SI (Quality of Life in the Information Society)
Si occupa di “New Media Literacy” e svolge la sua attività di ricerca all’interno di “NuMedia BiOs” (Osservatorio Nuovi Media) e di “Bi.cromi” (Bicocca Creative Research On Media Literacy).
Collabora attualmente con l’Universita di Roma “La Sapienza” e con lo IULM di Milano.
E` tra gli organizzatori del Social Media Lab.
Noi di oneWeb2.0 lo abbiamo intervistato chiedendogli di approfondire il rapporto tra tecnologie e didattica 2.0.
Veniamo alle domande.
Abbiamo più volte parlato - in questa sede - di servizi 2.0 nati a stretto contatto con la didattica e l’ambito della formazione/educazione (Studeous, TeachToday, MIT, Federica, etc) tu come ti poni nei confronti della questione? Quali pensi che siano - se ne vedi - i fattori di forza delle applicazioni 2.0 in ambito accademico?
Credo che i punti di forza delle applicazioni a cui fai riferimento risiedano principalmente in un’inedita possibilità di condividere informazioni, sapere e conoscenza secondo modalità orizzontali e bidirezionali. Parlo di orizzontalità e di bidirezionalità perché l’innovazione fornita da queste piattaforme è a vantaggio sia dei docenti che degli studenti, con il risultato di creare nuove e proficue sinergie per ciò che riguarda la ricerca e l’apprendimento.
Apertura, collaborazione, condivisione e partecipazione sono alcuni dei principali concetti alla base del Web 2.0. Questi stessi concetti non possono non riguardare anche la didattica, l’educazione e la formazione più in generale.
Sempre più spesso si parla di Società della Conoscenza come naturale evoluzione della Società dell’Informazione. Se un nuovo ordinamento sociale basato sulla conoscenza è possibile, di certo la conoscenza, intesa come “materia prima”, necessita di nuovi modelli di sviluppo, modelli che devono includere al proprio interno aspetti non soltanto tecnologici, ma anche economici e sociali.
Penso, in tal senso, a quanto dichiarato da Don Tapscott e Anthony D. Williams nel loro ormai celebre Wikinomics. I due autori parlano infatti dell’avvento di una “nuova era della scienza collaborativa” resa possibile proprio dalla nascita di nuove applicazioni e strumenti collaborativi online capaci di cambiare per sempre il modo in cui gli scienziati pubblicano i dati, li gestiscono e collaborano al di là dei confini istituzionali.
Purtroppo, proprio come accade per le nuove forme di “Enterprise 2.0” rispetto ai tradizionali paradigmi aziendali, ritengo sia innegabile un ritardo italiano nei confronti di questa nuova era della scienza collaborativa, o “Scienza 2.0″, come la definiscono Tapscott e Williams.
Noi abbiamo sempre messo l’accento sulla “consapevolezza” che queste risorse richiedono, sia da parte di chi le usa sia da parte di chi ne fruisce, tu come ti poni nei confronti della questione?
Individui possibili problematiche legate all’impiego di tali applicazioni in questi contesti?
La consapevolezza è un elemento fondamentale all’interno di tale scenario. Parlandoti della mia esperienza personale, posso assicurarti che se è possibile riscontrare un “digital divide” tra studenti e docenti nelle competenze richieste per l’utilizzo di simili applicazioni, sono proprio questi ultimi, i docenti, a manifestare le problematiche maggiori.
Ti faccio un esempio: quanti professori che si occupano di nuovi media o si dichiarano esperti di tecnologie digitali possiedono anche un loro blog personale dimostrando una certa dimestichezza nel gestire le più comuni piattaforme on line? Quelli che conosco io sinceramente si contano sulla punta delle dita.
Questo per dirti che a mio parere qualsiasi cambiamento si voglia apportare all’interno della formazione, parlo sia a livello scolastico che accademico, questo dovrebbe essere fatto per andare incontro alle esigenze e alle abitudini dei cosiddetti digital natives. Al contrario, alcune volte mi sembra che si chieda alle generazioni più giovani di “abituarsi” agli standard comunicativi ormai obsoleti delle generazioni precedenti, e ritengo che questo sia un atteggiamento assolutamente erroneo.
Tornando alla collaborazione e alla partecipazione, il modello di Wikipedia, come sappiamo tutti, propone un innovativo processo di co-creazione del sapere, un processo che quindi assume ancora maggiore legittimazione all’interno di un contesto come quello accademico, da sempre improntato alla produzione e alla diffusione di conoscenza.
In tal senso non è un caso se uno dei principali progetti derivati da Wikipedia sia proprio Wikiversity, che si propone di funzionare come aggregatore libero di contenuti scientifici basato sul principio della “Wiki mass cooperation”.
Come riporta Paolo Ferri nel suo libro “La scuola digitale“, Wikiversity si pone come principali obiettivi quelli di:
- creare un aggregatore libero di contenuti e “learning object” (LO) multicodicali per l’apprendimento e la formazione, per tutte le età e in tutte le lingue;
- ospitare progetti di ricerca e di didattica che favoriscano la creazione di comunità che operino e lavorino all’interno di Wikiversity;
- completare il progetto Wikipedia, attraverso la creazione di una base dati qualificata di approfondimenti che permetta di costruire una serie di supporting evidences per l’attuale versione di Wikipedia.Il problema di fondo dell’ancora non altissima diffusione di Wikiversity riguarda proprio il concetto di consapevolezza su cui si basa la tua domanda. Molti docenti e ricercatori, per esempio, non sono ancora pienamente consapevoli delle possibilità offerte dalle varie licenze Creative Commons per la pubblicazione di materiale scientifico, e hanno paura di regalare agli altri le proprie ricerche senza in compenso ottenere alcun guadagno diretto.
La seconda parte dell’intervista sarà pubblicata in seguito e verterà su esempi concreti di impiego di queste tecnologie e problematiche possibili a esse connesse.

Intervista molto interessante quella che avete fatto a Stefano,
che ha incrementato la buona impressione su di lui che mi aveva fatto già durante l’intervento presso l’università bicocca nello scorso dicembre.
Condivido con lui soprattutto due questioni che sono state snocciolate, la prima riguardo al digital divide, che se nel caso itinere è applicato a professori e studenti, è facilmente ampliabile in un’ottica di marketing online alle aziende a ai community leader, web evangelist o come vogliamo chiamare gli utenti con maggiore propensione verso il web.
L’altra cosa che condivido è l’arretratezza della penetrazione del web e della consapevolezza delle sue potenzialità in italia… ahimè non spicchiamo mai fra i paesi trainatori dei trend, ma spesso li subiamo come spettatori o ci siamo limitati in passato al più ad emularli.
Per fortuna questo trend sta iniziando a cambiare, anche da noi si vedono startup che hanno successo, grazie ad idee giovani e competitive.
Devo infine dire che mi fa molto piacere vedere che si inizia a valorizzare e dare spazio ai giovani anche qui nella terra dei santi, poeti e navigatori (adesso anche web), soprattutto per tematiche importanti per il futuro come il internet e suoi risvolti sociali.
Complimenti ancora!
E adesso attendiamo la seconda parte :)
di Matteo Crippa - 24 Giugno 2008 - 21:30
Bella intervista, complimenti!
Il discorso del digital divide intergenerazionale è sicuramente una tematica importante. Non si può però pensare di adattarsi completamente alle tendenze comunicative delle giovani generazioni. Qualcosa dell’analiticità tipica della cultura del libro e della stampa è utile!
Sulla scarsa conoscenza delle creative commons e dell’Open Access da parte dei docenti italiani ho scritto alcune cose (cercate open access nicola cavalli e salta fuori) e, dalle mie ricerche, pare sicuramente vero.
di Nicola Cavalli - 25 Giugno 2008 - 09:33
Stefano ha ragione! In particolare sui digital native voglio far presenti questi dati che provengono dalla recentissima ricerca PISAOCSE sulla qualità dell’apprendimento:
http://www.scribd.com/doc/3608.....cesc-Pedro
Il rischio è che la scuola e l’Università non rischino più comunicare con i digital native dal momento che i loro stili comunicativi e di apprendimento risultano loro incomprensibili
di Paolo Ferri - 25 Giugno 2008 - 09:55
Vi ringrazio per i complimenti e ringrazio - nuovamente - Stefano per l’occasione che ci ha fornito per trattare temi così importanti ed interessanti…
@Matteo= concordo con te, ma si ritorna ad una vecchia questione che abbiamo provato ad affrontare anche altre volte in questa sede: chi si occupa della formazione, chi insegna a chi? E a che livello, e le competenze richieste?
E` bene poi considerare che la realtà italiana rappresenta qualcosa di molto particolare sia a livello sociale che non: effettuare paragoni con altre iniziative (vedi MIT) può diventare molto pericoloso se non si sanno leggere le cose nella giusta prospettiva.
Buona giornata
di Stefano Besana - 25 Giugno 2008 - 15:03
La questione comunicativa è molto importante, proprio perché ci si muove su piani molto differenti e spesso in contrasto tra loro: si torna all’ultima domanda dell’intervista, il lavorare su una integrazione tra formale e informale diviene molto interessante, ma al tempo stesso molto difficile…
Relativamente agli stili di apprendimento anche qui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi: come si apprende? In che misura l’apprendimento di un digital native è differente da quella di uno studente tradizionale? (Sempre che lo sia)
Morale della “favola”: di lavoro da fare ne abbiamo davvero davvero parecchio e le occasioni per confrontarsi non mancano di certo.
Grazie dei contributi.
Buona giornata.
di Stefano Besana - 25 Giugno 2008 - 15:27
@Stefano
Premetto la mia scarsa conoscenza del mondo dell’ e-learning, ma credo che un semplice cambiamento di nomenclatura mi possa permettermi un maggiore agio.
Se passiamo dal piano docente-studente, al piano ente erogante formazione-cliente si potrebbero applicare tutte le considerazioni che fanno parte del webmarketing anche alla formazione.
Fatta la premessa provo a risponderti: chi insegna a chi?
Ora per una mera questione di probabilità, avremo che fra il cliente (o studente), che ha una numerosità molto alta, e l’azienda (o docente), che è al piu’ unitario, il maggior tasso di propensione alla conoscenza e utilizzo del web2.0 sia ovviamente ad appannaggio dei clienti.
Se si guarda la realtà comunicativa di molte aziende, si nota che il fenomeno blog, twitter e via dicendo è un fenomeno molto elitario, e ancora in via di sviluppo.
Questo sviluppo è dovuto in parte all’accrescimento della consapevolezza delle potenzialità del web, cosa che per anni era stata vista con diffidenza da noi italiani, ma anche dalla consapevolezza delle aziende che internet puo’ agevolare il dialogo proattivo con i propri end-user.
Tornando al nocciolo della questione bisogna capire anche l’accezione che si da alla parola “insegnamento”.
Se insegnamento significa far comprendere ad un soggetto terzo le potenzialità di qualcosa, anche gli studenti / clienti possono indirettamente, utilizzando un determinato servizio targato 2.0, insegnare ad un soggetto che si relaziona con loro la bontà di questa scelta.
Da un particolare punto di vista i clienti/studenti possono diventare evangelizzatori/insegnati nei confronti di aziende/docenti, non certo per parlare degli argomenti oggetto di insegnamento dei professori o del business aziendale, ma delle forme comunicative con cui posso interagire.
Il web2 abbatte così le barriere del passato, chiunque può diventare producer di contenuti, e di conseguenza chiunque può diventare “docente” (in senso stretto), cioè colui che, utilizzando un bene o un servizio, riesce ad evangelizzarlo facendo si che terzi si adeguino e ne sfruttino le potenzialità.
di Matteo Crippa - 26 Giugno 2008 - 01:24
Concordo parzialmente con l’essere docenti potenziali di qualunque cosa, ma bisogna stare molto attenti in questo caso: il rischio di dispersione è elevatissimo e non di poco conto…
Senza considerare che in casi come questi i professionisti “ibridi” sono la cosa migliore: unire competenze pedagogiche e tecniche specifiche potrebbe essere una soluzione, non trovate?
di Stefano Besana - 26 Giugno 2008 - 10:26
Concordo certamente con il fatto che dire di essere docenti potenziali è sbagliato in una chiave assolutistica, se vedi il tutto in chiave relativa allora anche un ragazzino che è alle elementari e che sta seguendo un corso di computer di base, quando arriva a casa può “insegnare” al nonno come si usa il pc.
Anche questa, seppur grezza e magari stentata, può essere una forma di insegnamento, sicuramente il bambino non potrà insegnare tutto lo scibile sul computer e ma nell’ accezzione relativistica della situazione può evangelizzare un adulto e colmare, sicuramente non del tutto, il digital divide.
Mentre sulla questione di unione di teoria e pratica mi trovo assolutamente concorde, son due parti della formazione che devono andare sicuramente più a braccetto anche e soprattutto con un punto di vista successivo sul mondo del lavoro dove uno dei requisiti cardine è il dimostrare di saper fare.
di Matteo Crippa - 26 Giugno 2008 - 11:11
L’esigenza di avere docenti capaci di unire competenze pedagogiche e tecniche specifiche mi pare sia ben esemplificata dalla tendenza in atto di ingaggiare all’interno degli atenei sempre più docenti a contratto che si sono formati prima come professionisti e solo in un secondo momento hanno deciso di entrare nel mondo della formazione.
Questo approccio, se risulta vincente per la possibilità di mettere a disposizione degli studenti l’esperienza e le conoscenze “sul campo” dei professionisti, dall’altro lato può risultare problematico per ciò che riguarda la capacità e le tecniche di insegnamento di questi ultimi: sappiamo tutti quanto sia differente parlare a un target aziendale rispetto a tenere una lezione universitaria di fronte a studenti di 20 anni.
Condivido pienamente quindi il vostro desiderio di dare più spazio a professionisti “ibridi”: sono stufo sia di ascoltare docenti di una certa età che parlano di new media e poi si fanno controllare la mail dagli assistenti perché non capaci di farlo autonomamente (magari fosse solo una battuta…) così come sono stanco di ascoltare professionisti iperqualificati che si ritrovano a insegnare più per glorificare il proprio ego che per mettere effettivamente a disposizione degli studenti la propria esperienza professionale.
Altro aspetto problematico della questione, già emerso del resto in questo dibattito, riguarda proprio il grande scetticismo con cui l’università guarda all’impresa e viceversa. Stefano Besana ha partecipato ai primi due incontri di Social Media Lab che, insieme ad altri miei colleghi, ho organizzato nei mesi scorsi presso l’Università IULM di Milano. Il nostro obiettivo era proprio quello di dar vita a una serie di appuntamenti in cui far dialogare il docente della situazione con il professionista che ha come prima finalità quella di fare business.
Questo ibrido, che potrebbe sembrare quanto più logico e naturale possibile, almeno in Italia viene ancora visto non troppo positivamente, perché si ha spesso la percezione che in università non ci sia alcun diritto di parola per chi è interessato prima di tutto a monetizzare le proprie competenze. Ma non fanno esattamente lo stesso anche quei docenti o giovani ricercatori che sarebbero disposti ad uccidere la madre per ottenere 200 € in più da un fondo di ricerca o da un bando nazionale? Mi rendo conto che un discorso del genere potrebbe prendere strane derive e non credo che questa sia la sede idonea perché ciò accada.
Sta di fatto che se l’università guarda con sospetto il mondo “corporate”, di certo le aziende non sono meno sospettose nei confronti delle iniziative nate in ambito accademico. Non sto qui a dirvi quante volte, prima di iniziare il mio dottorato, più di una persona (tra cui sia docenti che professionisti) mi ha detto: “ma sei matto? E cosa ci fai con un dottorato? Meglio fare un Master, perché col dottorato non troverai mai lavoro, al massimo è un titolo che puoi spenderti all’interno dell’università, ma fuori no!”
L’ottusità del nostro provincialismo è confermata dai numerosissimi casi internazionali in cui le aziende più prestigiose hanno dimostrato di avere come priorità nell’assunzione di nuovo personale quella di guardare all’università e ai centri di ricerca. Il caso più eclatante è quello di Danah Boyd, che ancora prima di concludere il suo dottorato a Berkeley era già stata contattata da Yahoo per iniziare una collaborazione lavorativa. Al di là dei meriti personali della Boyd, io credo che la differenza stia in un atteggiamento diffuso che contraddistingue ancora negativamente il nostro paese.
Il consiglio che tutti mi hanno dato parlando di tali argomenti? “Sbrigati ad andartene il prima possibile da questo paese”. Io non sarei però così drastico. Mi pare che anche in Italia qualcosa si stia muovendo. Il Politecnico di Milano, per esempio, può vantare numerosissime collaborazioni con alcune tra le più prestigiose realtà imprenditoriali del paese, così come sono da lodare i poli universitari italiani che funzionano da incubatore per un numero sempre più elevato di start-up. Insomma, quello che mi sento di proporre io è un atteggiamento che non sia solo capace di mettere in risalto criticità e ritardi, ma che sappia anche fare tesoro di queste criticità per sviluppare progetti e iniziative il cui portato innovativo sia capace di competere anche a livello internazionale. Dite che sono un inguaribile ottimista?
di Stefano Mizzella - 26 Giugno 2008 - 12:46
Concordo con Stefano, forse siamo due inguaribili ottimisti, non c’è molto da fare in questi casi penso.
Ma nemmeno io sono dell’opinione che andarsene dall’Italia sia una soluzione.
Di idee buone in questo paese ce ne sono molte, le difficoltà anche non mancano di certo, ma sta di fatto che le persone con la voglia di fare ci sono, e si mettono sotto anche piuttosto bene.
Sono dell’opinione che le cose cambieranno nel futuro, e anche piuttosto in fretta secondo me.
Basta avere pazienza.
Buona giornata.
di Stefano Besana - 04 Luglio 2008 - 16:00
Complimenti Stefano,
sai come la penso;)
e poi dicono che i giovani non ci sono e che le nostre università non producono, ma poi altresi ci giunge sempre che i cervelli italiani sono in fuga…
ebbene con il 2.0 in molt settori, inclusa università, molto rimarebbe ancora qui in italia!
Importante che ci sia qualcunoche si accorga di questi grandi talenti ;)
bene, direi che meccanismi ancora troppo lenti per burocrazia interna voluta o non…
abbiamo un controbilanciamento positivo da parte di grossi nomi e di aziende
che lavorano qui in italia e con il mondo e che hanno il corraggio sia di scovare e di investire nella nuova socirtà del sapere!
di patrizia filippetti - 07 Luglio 2008 - 12:02
Complimenti anche a Stefano Besana
dice delle grandi verità
di patrizia filippetti - 08 Luglio 2008 - 16:14