Non si sa bene se definirla una vera e propria crisi legata a una disputa sulla proprietà intellettuale o su quella immobiliare, sta di certo che la questione che riguarda Second Life e una class action risulta complessa e un po’ inusuale.
Tutto parte dalla decisione dei responsabili di Second Life di apportare unilateralmente delle variazioni al regolamento che gestisce la proprietà virtuale all’interno del micro-mondo del social game, fino ad arrivare a mettere in dubbio i diritti su alcune proprietà che diversi utenti avevano acquisito in precedenza pagando peraltro cifre non proprio contenute, in base a ciò che si apprende.
Le nuove norme introdotte dalla società di Philip Rosedale sembrano non riconoscere il pieno diritto sulle proprietà acquistate o create nel gioco dagli utenti, che si ritrovano quindi costretti ad accettare il nuovo status imposto dai responsabili con il rischio, questo è quanto lamentano, di perdere i diritti su dei beni virtuali precedentemente acquisiti pagando con dollari reali.
Da qui l’idea di unire le forze e far partire una class action contro Linden Lab, la società che gestisce Second Life, e contro lo stesso fondatore Philip Rosedale.
Non è la prima volta però che le carte bollate e le beghe legali, sempre in voga nel mondo reale, irrompono con decisione anche nel mondo virtuale di Second Life, facendo crollare ulteriormente il già labile confine tra virtuale e reale i cui contorni sono sempre più sfumati nella società contemporanea.

Interessa ancora a qualcuno sto mondo virtuale? Vecchio, fatto male e poco interessante, culla dei problemi relazionali! Ma poi c’era da aspettarselo… figurarsi se l’azienda che l’ha creato non rivendicava qualche diritto sugli utenti, non c’è nessun eula di nessun servizio che non impone limiti in questo senso, loro han cercato di apparire come i benefattori della rete, ma non ci son mai riusciti, e adesso cercano di recuperare in malo modo. La class action è un brutto colpo, magari (speriamo) gli da il colpo di grazia!
di Luca - 6 maggio 2010 - 01:38
I MUVE (Multi User Virtual Enviroments)come second life, rappresentano probabilmente una frontiera dei nuovi sviluppi della telematica.
Mi sembra inevitabile che le regole di tali ambienti virtuali multiutente non potranno continuare ad essere dettate solo dai TOS (Terms of Service) delle socientà che li creano.
Ben venga dunque una class action volta a far valere i diritti di chi ha acquisato (con soldi assolutamente reali) delle “proprietà virtuali”.
Rimane il merito di Philip Rosendale di avere ideato e creato un ambiente virtuale dalle straordinarie potenzialità.
di Marco - 27 maggio 2010 - 09:14